martedì 10 novembre 2009
Sanità a metà
Gli americani sono divisi dalla riforma sanitaria. Prevagolgono leggermente i contrari, e sono cresciuti gli indecisi. I valori di Obama non sono stati alterati dall'approvazione della Camera. Dalla fine dell'estate sono stabili, galleggiando intorno al 53% ottenuto alle urne.
Gop dominato dai conservatori
Sembrerebbe acqua fresca, ma il dominio conservatore sull'elettorato repubblicano è impressionante. Ogni moderato perderebbe probabilmente le primarie, se queste fossero combattute. E i conservatori non bastano per vincere le elezioni generali.
Stato | % di Repubblicani conservatori |
78 | |
77 | |
76 | |
76 | |
74 | |
73 | |
73 | |
68 | |
68 | |
67 | |
67 | |
67 | |
64 | |
63 |
L'Indipendenza ha un prezzo
Olympia Snowe è molto più apprezzata da democratici ed indipendenti del Maine rispetto agli elettori del suo partito. Il 59% dei repubblicani vorrebbe un esponente più conservatore al suo posto, contro il 31% di chi l'apprezza. Il 2012 è distante un'era geologica, ma il futuro della Snowe sembra indirizzato : o Specter o Jeffords.
lunedì 9 novembre 2009
20 anni dopo, Berlin è sempre più bella
La mia Regione è differente

La mia Regione è differente
In attesa che qualcuno si decida a individuare il candidato presidente del Pd e del centrosinistra da presentare alle elezioni della Regione Lombardia (che si terranno il 28 marzo: se andiamo avanti così, ci presentiamo giusto in tempo per le elezioni del 2015...), mi rimetto a fare il lavoro che mi piace di più. Lancio il progetto La mia Regione è differente, una sorta di grande primaria delle idee, di raccolta di spunti e di informazioni su quello che vorreste vedere in Lombardia, che avete visto in altre regioni italiane e europee e che vorreste fosse fatto anche qui. Le priorità della regione, dunque, a partire dalla 'A' di ambiente per arrivare alla 'W' di welfare, passando per la casa, la cultura, l'istruzione, il lavoro, la sicurezza e tutto ciò che ha a che fare con l'amministrazione regionale.
Quello che vi chiedo è un regalo, da recapitare quanto prima (diciamo prima della fine del mese di novembre) a questo indirizzo: blog@civati.it. Nel frattempo, scomoderò un po' di persone che "sanno le cose" e entro Natale completerò la raccolta, metterò in ordine gli argomenti e promuoverò una pubblicazione plurale all'inizio di gennaio. Per raccontare il nostro progetto partecipato per la Lombardia. Sarà il nostro piccolo contributo alla prossima campagna elettorale
Primo passo in avanti verso la riforma sanitaria
Il primo sì è arrivato. Una vittoria storica, epica ma molto parziale. I progressisti americani vedono vicino il raggiungimento del loro obiettivo storico, la copertura sanitaria universale, ma il prezzo sono continue rinunce e contrattazioni che stanno minando la loro base sociale oltre alla (consueta) spaccatura dei loro uomini nelle istituzioni. Uniti nell’obiettivo di estendere la copertura ai più di 30 milioni di americani non assicurati, ma assolutamente spaccati su come farlo. Alla Camera sono mancati 39 voti di Rappresentanti democratici, per lo più appartenenti alla Blue Dog Coalition, la corrente, per dirla all’italiana, moderata nata sulle ceneri della rivoluzione repubblicana del 1994. Per arrivare ad una risicata maggioranza di 220 voti, un soffio sopra i 218 necessari, Nancy Pelosi è stata costretta prima a rinunciare alla versione più robusta della Public Option, inaccettabile per una cinquantina di deputati, e poi a far votare un emendamento del Rappresentante del Michigan Bart Stupak. Stupak, un cattolico anti abortista, ha proposto una limitazione dei rimborsi assicurativi in materia di aborto, una richiesta che ha portato l’appoggio della Conferenza episcopale americana ma che ha creato un terremoto tra i liberal. La più importante riforma progressista delle ultime decadi contiene ora, grazie al voto di ben 64 democratici e di tutti i repubblicani, una delle più severe limitazioni al diritto di aborto mai realizzate negli Stati Uniti. Su Internet siti e gruppi di pressione di sinistra si sono subito mobilitati per lanciare candidature alle primarie contro i Rappresentanti che hanno votato a favore dell’emendamento Stupak, riproponendo così lo scontro che si aprì nel partito ai tempi della guerra all’Iraq. Due compromessi così radicali hanno permesso il voto di un solo repubblicano, eletto in un collegio iperdemocratico grazie alla corruzione del deputato che rappresentava quel distretto, trovato con circa 90 mila dollari di tangenti nel frigorifero. Senza contare la rinuncia all’accesso ai nuovi benefici per gli immigrati non regolari, richiesta con forza dal caucus ispanico ma bocciata per l’impossibilità dell’approvazione di una simile misura.
Il presidente Obama si è speso personalmente per far cancellare dal testo finale l’emendamento Stupak, unico modo per non far affossare alla prima lettura della Camera la riforma sanitaria. Ora si apre la partita più difficile, quella del Senato, dove si dovrà trovare una difficile mediazione con i centristi sulla creazione dell’assicurazione pubblica. Alla Camera Alta i voti saranno trovati, ma la legislazione sarà sicuramente annacquata nei suoi obiettivi riformisti, e trovare una mediazione tra i due testi nella Conference sarà un’impresa dove la Casa Bianca dovrà spendere tutto il suo capitale politico. Il primo passo è stato compiuto, ma l’approdo finale è ancora sconosciuto, e non è escluso che si possa giungere ad una soluzione così ricca di compromessi che tutti ne saranno scontenti. I liberal dovranno sicuramente ingoiare un’ulteriore rimodulazione dell’assicurazione pubblica verso il basso, tanto che lo stesso Obama si è premurato di rivelare il suo consenso verso la soluzione Snowe, la senatrice repubblicana che propone un meccanismo di introduzione della public option solo in caso di eccessivi costi degli operatori privati. Un “grilletto” perché scatti l’assicurazione pubblica che svuota però di significato la sua introduzione, oltre che ne dilata all’infinito il suo approdo nel mercato sanitario americano. Inoltre sarà molto difficile trovare un punto di incontro per la copertura economica per il generoso ampliamento dei sussidi Medicaid, perché la tassa prevista dalla legislazione della Camera è già stata bocciata dalla commissione Finanze del Senato. Obama dovrà spendersi come non mai per trovare una soluzione alle scollature del gruppo democratico al Congresso, le cui divisioni si sono manifestate nell’esame di una riforma così significativa. Per la prima volta dai tempi di Lyndon Johnson, anni ’60, uno dei rami del Congresso ha approvato un testo che amplia i diritti in materia sanitaria, mentre sotto l’Amministrazione Clinton la legislazione non uscì mai dalle commissioni. La tattica di Obama, contrapposta rispetto agli altri presidenti, di lasciare le mani libere alle Camere ha prodotto un avanzamento mai realizzato prima d’ora, ma ha al contempo palesato divisioni non sanabili con mediazioni soddisfacenti per tutti, come si è visto nel voto della Camera di ieri. La vera vincitrice appare Nancy Pelosi, che prima ha tenuto in vita la public option nel terribile agosto delle proteste conservatrici, e poi è riuscita con l’emendamento Stupak ad arrivare all’approvazione. Dopo l’introduzione delle limitazioni alle emissioni carboniche previste dal Waxman Merkley Act e la votazione sulla copertura sanitaria universale, la presidente della Camera dei Rappresentanti si è conquistato il ruolo di vero leader dei progressisti americani. Il “change” in cui si può credere indossa per ora solo la gonna. L’uomo chiamato a realizzarlo deve ora mostrare se è capace di portare quel cambiamento tanto declamato.
Il presidente Obama si è speso personalmente per far cancellare dal testo finale l’emendamento Stupak, unico modo per non far affossare alla prima lettura della Camera la riforma sanitaria. Ora si apre la partita più difficile, quella del Senato, dove si dovrà trovare una difficile mediazione con i centristi sulla creazione dell’assicurazione pubblica. Alla Camera Alta i voti saranno trovati, ma la legislazione sarà sicuramente annacquata nei suoi obiettivi riformisti, e trovare una mediazione tra i due testi nella Conference sarà un’impresa dove la Casa Bianca dovrà spendere tutto il suo capitale politico. Il primo passo è stato compiuto, ma l’approdo finale è ancora sconosciuto, e non è escluso che si possa giungere ad una soluzione così ricca di compromessi che tutti ne saranno scontenti. I liberal dovranno sicuramente ingoiare un’ulteriore rimodulazione dell’assicurazione pubblica verso il basso, tanto che lo stesso Obama si è premurato di rivelare il suo consenso verso la soluzione Snowe, la senatrice repubblicana che propone un meccanismo di introduzione della public option solo in caso di eccessivi costi degli operatori privati. Un “grilletto” perché scatti l’assicurazione pubblica che svuota però di significato la sua introduzione, oltre che ne dilata all’infinito il suo approdo nel mercato sanitario americano. Inoltre sarà molto difficile trovare un punto di incontro per la copertura economica per il generoso ampliamento dei sussidi Medicaid, perché la tassa prevista dalla legislazione della Camera è già stata bocciata dalla commissione Finanze del Senato. Obama dovrà spendersi come non mai per trovare una soluzione alle scollature del gruppo democratico al Congresso, le cui divisioni si sono manifestate nell’esame di una riforma così significativa. Per la prima volta dai tempi di Lyndon Johnson, anni ’60, uno dei rami del Congresso ha approvato un testo che amplia i diritti in materia sanitaria, mentre sotto l’Amministrazione Clinton la legislazione non uscì mai dalle commissioni. La tattica di Obama, contrapposta rispetto agli altri presidenti, di lasciare le mani libere alle Camere ha prodotto un avanzamento mai realizzato prima d’ora, ma ha al contempo palesato divisioni non sanabili con mediazioni soddisfacenti per tutti, come si è visto nel voto della Camera di ieri. La vera vincitrice appare Nancy Pelosi, che prima ha tenuto in vita la public option nel terribile agosto delle proteste conservatrici, e poi è riuscita con l’emendamento Stupak ad arrivare all’approvazione. Dopo l’introduzione delle limitazioni alle emissioni carboniche previste dal Waxman Merkley Act e la votazione sulla copertura sanitaria universale, la presidente della Camera dei Rappresentanti si è conquistato il ruolo di vero leader dei progressisti americani. Il “change” in cui si può credere indossa per ora solo la gonna. L’uomo chiamato a realizzarlo deve ora mostrare se è capace di portare quel cambiamento tanto declamato.
domenica 8 novembre 2009
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